<[...] barcollando raggiunsi il cancello, il tumulto di emozioni che ribolliva nel mio spirito tramutava il mio sangue in acqua. cosa ami stava succedendo? possibile che stessi perdendo la ragione? mi aggarappai alle sbarre di quel ferro antico e insperatamente la vista mi si fece più chiara e riaquistai un pò di forze. passeggiai cauto per il giardino, senza osare avventurarmi in casa. pensai che l'aria primaverile di quel mattino avrebbe potuto schiarire la mia mente. ma in realtà, per strane ragioni temevo quell'edificio. mentre aspettavo il ritorno degli altri, nel mio animo si accese un'emozione di urgenza che in qualche modo mi spingeva a combattere la repulsione che provavo per il vuoto arco d'ingresso, a combattere l'idea che quei battenti spalancati conducessero ad innominabili orrori. dovevo dimostrarmi più forte di quell'irrazionale fantasia, così entrai. e come di incanto qella sensazione di orrore svanì. mi ritrovai a girovagare per la casa rimirando quei cimeli che mi emozionarono già una volta. nel mio inseguire i ricordi giunsi così nella biblioteca, il luogo preferito di Roland. la sala era come la ricordavo o almeo non notai sul momento sostanziali cambiamenti. il camino in pietra, la vecchia armatura, il lungo tavolo in noce. mi addentrai sicuro dell'ambiente familiare che mi circondava e mi ritovai così nuovamente perso nel passato. ma l'illusione questa volta svanì presto . difatti appena volsi lo sguardo verso le poltrone che avevano ospitato le nostre dissertazioni, mi avvidi che una era coperta da un bianco drappo. la sua, quella in cui lui era morto. non ressi la vista e volsi lo sguardo alle vetrate che davano sul parco alberato. fu allora che notai un movimento all'esterno.
fluide vesti bianche che sfilarono, davanti ai mie occhi. le avevo vedute, ma seppure non ero riuscito a catturare nessun altro particolare che il colore, fui certo, e non saprei dire da dove mi venisse questa certezza, che fosse la donna bianco vestita del cimitero. ebbi l'assurdo pensiero che non essendomi recato io sulla collina fosse dunque venuta lei a cercare me. d'istinto decisi di incontrarla, parlarle, e dissipare così le sciocche fantasie che avevo avuto su di lei. uscii velocemente, ma con mio grande disappunto mi resi immediatamente conto che le bianche vesti che avevo inseguito non avevano lasciato traccia di se. esplorai con lo sguardo tutto l'intorno ma tutto fu inutile. rientrai nuovamente preda dei mie turbamenti. sentii così che anche Kolp con gli ospiti stava rientrando in casa.
mi mossi loro incontro,e trovandoli nell'ingresso a parlare vidi subito che erano rimasti solo la sorella di Roland, Sabine, ed il marito, famoso banchiere, Rehinard. degli altri non v'era tracci ed io non mi interessai della loro sorte, se non il tempo che mi occorse ad accorgermi della loro assenza. in quel momento la mia attenzione era minima, il mio pensiero ancora avvinghiato elle sensazioni ed agli strani eventi che sembravano perseguitarmi. Kolp notando la mia presenza fece le presentazioni riportandomi nel momento presente. i due mi accolsero con sorrisi aperti e convenevoli di circostanza, però notai i loro occhi rimanere freddi, affatto toccati dal sorriso, che come maschera gli era calato sul volto. si rafforzò così in me la cattivaimpressione che avevo avuto vedendoli sfilare davanti la cappella, prima del funerale. Persone materiali, venuti solo per il testamento, senza nessuna traccia di cordoglio ma anzi, con già l'aria del padrone. e li ebbi in odio.
passammo insieme le ore che ci separavano dalla cena cosa che riuscì a distrarre la mia mente dagli angoscianti oggetti che la popolavano, ma io, spinto dai sentimenti che Sabine ed il marito mi avevano suscitato non riuscivo a fare a meno di criticarli dentro di me, non sopportando quegli sguardi compiaciuti che lanciavano ad ogni pezzo di arredamento. sguardi che valutavano, soppesavano e davano un prezzo. sguardi ai quali anche io non sfuggii. venni soppesato catalogato e valutato come con un pezzo di mobilio. meno di tutto, non sopportavo la domanda nei loro sguardi ogni volta che mi osservavano convinti di non essere notati. ero certo che si stessero chiedendo quanto, la mia presenza, sarebbe costata loro in termini di patrimonio, quanto e soprattutto cosa, Roland aveva destinato all'ospite straniero sottraendolo alla loro legittima successione. la cena non mi riuscì piacevole e quando infine parlando in tedesco, convinti che io non li capissi --e poiché avevo sempre parlato in inglese come avrebbero potuto intuire il contrario?-- rivolsero a Kolp quelle domande che io avevo attribuito ai loro sguardi, non ressi oltre la loro presenza e senza dare spiegazioni augurai la buona notte e mi ritirai in camera. nei due giorni successivi, al termine dei quali fu data lettura del testamento del mio amico, mi tenni lontano da Sabine e suo marito, e questo tenne lontano da me anche Kolp, al quale avrei avuto in realtà ancora molto da chiedere, sui tragigi eventi che avevano preceduto la morte di Roland. ciò che avevo vissuto nei giorni precedenti però, mi assillava, e la mia mente oziando su ogni genere di complotto arrivò a credere che Roland non poteva essere morto per over-dose, per un banale errore, un eccesso, uno scherzo del destino. no. altro si nascondeva dietro quella fine così assurda. queste ed altre, i pensieri e le strampalate congetture sulle quali mi consumavo passeggiando sotto gli antichi alberi del parco. tutto sommato furono due giorni tranquilli, privi almeno degli strani sogni o allucinazioni, che mi avevano accompagnato da quella prima telefonata.
arrivò così, l'evento tanto atteso, la lettura delle ultime volontà di Roland. e quel giorno anche il tempo cambiò, ed il cielo pianse fulmini...>
Continua
Bello il tuo modo di scrivere...ciao! ;)
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