Un nuovo aereo, un nuovo aereoporto. istanti di vite che osservo da un finestrino, mentre scorrono sotto di me piccole luci che vanno chissà dove. ne seguo il riflesso nel buio della sera mentre il mio aereo si allontana sempre più dal suolo. Decollo, atterraggio. i due istanti fondamentali di un viaggio. e nel mezzo a queste due parole, a queste due parentesi, finestre di tempo e spazio, varchi, che mi portano altrove. in altre realtà. in altri mondi.
Amsterdam. questa la mia realtà per i prossimi tre giorni. così pensavo scendendo nel freddo panorama olandese. niente di cui lamentarmi. mi piace Amsterdam, e le persone con cui lavoro. sono stati infatti tre giorni piacevoli. come sempre quando sono da queste parti non mi sono fatto mancare una vista al Baba. buona musica, un sacco di persone interessanti e specialità della casa da gustare mentre passi qualche ora in tranquillo relax. così la mia mente vagava osservando la clientela varia ed etereogenea mentre mi lasciavo rapire dal mescolarsi di lingue ed idiomi da tutto il mondo nell'aria densa di fumo.
condivido il tavolo a cui sono seduto con altri cleinti. piccoli gruppi di due o tre persone che si avvicinano per preservare un pò di intimità a dispetto del raggruppamento forzato che ci viene imposto dalla cameriera. spazio per altri clienti. e mentre obbedienti scorriamo rivedo viaggiatori di altri tempi che ritravatisi nella notte nel medesimo luogo di sosta, uniscono i fuochi per stare più sicuri e scambiarsi le storie delle rispettive terre. così noi. ci sorridiamo, vincendo quella sensazione particolare, come di pudore, o di estraneità, che si avverte quando si entra in uno scompartimento affolato di un treno, e adesso più vicini le conversazioni si estendono a tutto il tavolo. il nuovo gruppo che si siede è composto da quattro italiane che guardo sedersi, proprio al mio fianco, con un misto di curiosità e stupore. occhi che non ti aspetteresti di trovare in un coffee shop. gli occhi di una madre, o di una maestra. il trovarmelo davanti mi ha sorpreso. un gruppo di tipe alla Thelma e Louise per intenderci, più Louise che Thelma. il ragazzo di fronte a me dice in francese "ici il'y a tout un monde qui fume". quì c'è tutto un mondo che fuma. e cazzo, quanto era vero. e nessuno aveva uno straccio di accendino cosa singolare visto il luogo. l'italiana accanto a me, con una maestria che non ti aspetti certo da una madre o da una maestra (e no, nemmeno da Thelma o da Louise) si rolla un Joint e lo accende con aria soddisfatta, lei in effetti un accendino ce l'ha, e lo passa ad un'altra del suo gruppo. io non riesco a trattenermi così le dico "cattive ragazze eh?" rievocando nella mente scene del celebre film. lei ci pensa sù un istante e risponde con quell'aria tipica di tua madre quando eludendo un adomanda riusce pure a prenderti in castagna "quindi cattivi ragazzi!!" e mi guarda maliziosa. tutto il suo gruppo ride ed io con loro. poi ci facciamo due chiacchiere.
il tempo trascorre e l'atmosfera è festosa ma purtroppo per me è davvero venuto il momento della ritirata. infatti la mattina seguente mi attende una levataccia. a malincuore mi congedo ed inizio a manovrare per uscire dall'angusto spazio dietro il tavolo. quando mi renndo conto di dover obbligatoriamente scorrere a pochi centimetri dai loro occhi non posso fare a meno di pensare come un novello Tyler Darden (ed ora?? Culo o pacco?). dilemma atroce vista l'aura di santa maternità che avevano. ad ogni modo passo (e non rivelo quale è stata la mia scelta ma anzi, vorrei sentire le vostre filosofie in merito alla sopra citata questione di etichetta) ed eccomi accolto dalla fresca aria della notte.
ed io cammino, godendomi dopo il caldo del locale, i frizzanti undici gradi di Amsterdam, e mi lascio trasportare dalle luci dei lampioni che si riflettono sull'asfalto umido senza badare a dove i miei piedi mi conducono. sorrido, perdendomi un pò nella notte e nei miei pensieri. e mentre cammino, intorno mi scorre la variegata umanità di una città multietnica quale Amsterdam è, e mi sembra quasi, osservando la gente che si incrocia e si saluta, di capire il senso di parole come multietnicità ed integrazione. poi incrocio un gruppo di poliziotti. ed un pensiero mi colpisce...sono tutti bianchi. la sensazione di prima mi sfugge e ripiombo mio malgrado in una realtà già vista. i miei occhi si soffermano ad osservare con maggior attenzione ciò che ho intorno, e quello che vedo adesso sono negozzietti di souvenir, fastfood e minimarket, gli unici ancora aperti, da cui si affacciano volti che parlano di immigrazione, necessità, bisogno. sguardi che si vedono in tutta europa nei soliti fastfood nei soliti negozzi. sento dire che è utile che ci sia l'immigrazione a ricoprire quei ruoli, "quelli che gli italiani non vogliono più" e credo che sia lo stesso ovunque, ed allora quei ruoli assumono l'aspetto ed il sapore di una reltà fatta di apartaid sociale dettata dal benessere, imposta dal nostro rifiuto verso i lavori più umili, in una società dove tutti vogliamo essere dottori o avvocati. ed inizio a pensare che no, non c'è nessuna integrazione se non una integrazione forzata e parziale dettata dall'interesse a e dalla necessità di sfruttare il bisogno altrui per rimpiazzare quegli ingranaggi non più reperibili ma necessari. inizio a pensare che una società non può parlare di integrazione finché non vedrà certi volti e certi colori anche negli uffici pubblici, nelle aule di governo, nelle forze dell'ordine. e non solo nei ruoli che i suoi "cittadini" non vogliono più ricoprire.
ed ecco che il Nuovo Mondo batte il Vecchio Mondo. infatti in questo l'America ha molto da insegnarci e, per una volta, senza lasciarmi distrarre dalla dolce e tragica illusione che molte volte queste parole nascondono, penso..
"America, terra di ogni libertà"
lunedì 26 ottobre 2009
Memorie Olandesi
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interessanti i tuoi scritti...
RispondiEliminaGrazie.
RispondiEliminasolo i pensieri sparsi di una mente disordinata...